Il Governo nella città pugliese dopo l'8 settembre non fu «la morte della patria» ma la continuità dello Stato
Vittorio Emanuele III passa in rassegna un picchetto d’onore a Trani nel novembre ’43
Vittorio Emanuele III passa in rassegna un picchetto d’onore a Trani nel novembre ’43
BRINDISI - Sono di solito considerati mesi di fuga vergognosa, di morte della patria in un fantoccio Regno del Sud, quelli che vanno dall’armistizio dell’8 settembre 1943 ai giorni del rientro di Togliatti in Italia a fine marzo del ’44, che con la ben nota svolta di Salerno portò i comunisti ad entrare nel secondo governo Badoglio del 22 aprile 1944. Ma oggi una lettura più approfondita dei fatti che si svolsero a Brindisi, dopo che il 10 settembre 1943 vi fu trasferita la corte e il governo, con alcuni ministeri dislocati in seguito a Bari e a Lecce, porta Ennio Di Nolfo e Maurizio Serra, a sostenere che, nonostante i forti limiti imposti dagli Alleati con le clausole dell’armistizio, il governo insediato a Brindisi e che di lì si sarebbe spostato a Salerno prima di rientrare a Roma, «riuscì a garantire verso l’esterno il principio della rappresentanza dell’interesse nazionale». Come già sostenne lo storico comunista Ernesto Ragionieri (1926-1975), la fuga da Roma consentì di salvare la continuità dello Stato, cosa che, attraverso una guerra perduta, un cambiamento di regime e un rovesciamento di alleanze, «non era un risultato da poco».
Read »
Delicious
Digg
Facebook
Google
Yahoo
Technorati