Lippi che stizzito calcia l’erba del campo da calcio; il presidente del Consiglio che afferma: l’opposizione ci invidia; il coro sul prato di Pontida che manifesta la sua disdetta; il cardinal Sepe che dal pulpito parla di invidia e risentimento dentro la Chiesa.
Spira oggi in Italia il vento secco del risentimento. Tutti risentiti, e spesso per motivi diametralmente opposti. Perché siamo arrivati a questo? Nella società contemporanea sempre più spesso i singoli provano un senso di animosità verso gli altri, o verso il mondo in generale, quale risposta a offese, affronti o frustrazioni che ritengono di aver subito. Risentimento e rancore sono sinonimi; rancore viene dal latino rancor, «lamento, desiderio, richiesta» e, come ricorda lo psicoanalista argentino Luis Kancyper, ha la medesima radice di rancidus, «astioso», «stantio», ma anche «zoppo»; risentimento significa invece: «sentire ancora». È il ritornare incessante sul proprio stato emotivo senza possibilità di allontanare definitivamente l’offesa o il torto.
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