Nel pomeriggio del 10 giugno 1946, alle ore 18, nella Sala della Lupa a Montecitorio, Giuseppe Pagano, primo presidente della Corte Suprema di Cassazione convocata per la cerimonia di proclamazione dei risultati del referendum istituzionale, si limitò a leggere ai presenti il numero dei voti a favore della Repubblica (12.672.767) e quelli a favore della Monarchia (10.688.903). Rinviò a una ulteriore seduta, fissata per il 18 giugno, l’integrazione dei risultati con i dati delle sezioni mancanti e l’indicazione del numero complessivo degli elettori votanti e dei voti nulli, oltre al giudizio definitivo sulle contestazioni, le proteste e i reclami. Insomma, contro ogni aspettativa, quel pomeriggio non fu proclamata la Repubblica. Furono, tuttavia, gettate le premesse per un duro scontro istituzionale destinato a concludersi con una vera e propria forzatura giuridica che ha fatto parlare persino di «colpo di stato».
Quella sera stessa, infatti, si riunì il Consiglio dei ministri ed emerse subito il tentativo di far passare la tesi secondo la quale non sarebbe stato necessario attendere una ulteriore pronunzia della Corte di Cassazione perché la vittoria della Repubblica era ormai un dato incontrovertibile. Vi fu un frenetico andirivieni con il Quirinale. Fu presa in esame anche l’ipotesi, nata negli ambienti dei consiglieri del re ma gradita anche all’ammiraglio Ellery W. Stone, di nominare come Luogotenente generale del Re, fino alla preannunciata seconda e definitiva riunione della Cassazione, Alcide De Gasperi.
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