Questa è la tragedia di uomini, donne e bambini sradicati, deportati, trattati come carne da macello e abbandonati al loro stessi: dai loro aguzzini e dalla storia. Mille persone, di più secondo altre fonti, che nel 1942 furono mandate a morire lontano da casa dalle truppe dell’Armata Rossa. Solo il 10% di essi, i più forti, sopravviverà agli stenti. Fu che così l’Unione Sovietica staliniana cancellò la comunità italiana di Kerc, in Crimea.
Una collettività che a partire dal 1830 si era stabilita soprattutto in questa città costiera (oggi in Ucraina), situata sullo stretto che collega il Mar Nero con Mar d’Azov, attraverso flussi migratori provenienti da Puglia, Veneto, Campania e Liguria. Da qui gli italiani diffondono anche in altre località della Crimea: Fedosia, Simferopoli, Mariupol. Della loro storia ha parlato ieri Giulio Vignoli, già docente di scienze politiche presso l’Università di Genova che da anni studia l’argomento, durante il convegno ‘L’olocausto sconosciuto degli italiani in Crimea’, promosso a Roma dalla Fondazione Italiani nel Mondo. Venuti a cercar fortuna nella Russia zarista, quegli italiani erano soprattutto agricoltori e marinai (pescatori, nostromi, piloti, capitani). Quasi tutti fecero ‘carriera’, diventando piccoli proprietari terrieri o capitani di lungo corso. Una comunità che nel 1920 contava circa 3 mila persone, prospera e bene integrata e che al contempo manteneva intatte identità e tradizioni. A Kerc avevano la loro chiesa, con tanto di parroco italiano, una scuola elementare, la biblioteca, il club e la società cooperativa.
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