Troppo semplice dire: “Fuori i disonesti dal partito!”. Serve a prendere gli applausi dei ragazzi convocati per osannare il leader, non a risolvere i problemi. Ed è anche stucchevole sentir parlare di complotti e giustizia a orologeria, lo hanno fatto autorevoli esponenti democratici, quando le vicende giudiziarie del premier sono sempre sulla bocca di Veltroni.
Il punto è che la cosiddetta “questione morale” riguarda principalmente i rapporti tra le amministrazioni dove c’è sempre più potere decisionale, cioè la periferia, e gli imprenditori che fanno affari con la macchina pubblica. E l’ottanta per cento degli enti locali è in mano, in alcuni casi da decenni, al centrosinistra nelle sue varie forme (con o senza Di Pietro o nella formula Unione): inevitabile che a un certo punto una magistratura senza limiti abbia toccato anche questo santuario. Ma “cacciare i disonesti” è solo uno slogan a effetto che serve a fare i titoli dei telegiornali. Per carità, il malcostume in Italia esiste e secondo autorevoli studi e analisi sulla corruzione non è neppure in regresso.
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