Si ritiene comunemente che il principio di autodeterminazione dei popoli, il diritto riconosciuto a una comunità di organizzarsi in forme autonome e dotarsi di un governo indipendente, sia un’acquisizione del XX secolo. Innescata dal wilsonismo e dalla dissoluzione degli imperi europei alla fine della prima guerra mondiale e consacrata, dopo la seconda, dal processo di decolonizzazione dell’Africa e dell’Asia. In realtà quel principio ha natali meno esotici e una storia molto più lunga e tortuosa, in cui il Risorgimento italiano occupa una posizione centrale.
Tanto per cominciare bisogna spostare le lancette indietro di circa un secolo. L’anno è il 1848, il posto è l’Europa, l’atmosfera è sospesa tra delusione e speranza di rinnovamento. La rivolta dal basso delle nazionalità oppresse viene soffocata dalle forze ottuse della Restaurazione, ma il seme della libertà è piantato, l’ordine del congresso di Vienna e della santa alleanza comincia a disgregarsi. In Piemonte, in Austria, nel Regno delle Due Sicilie re e imperatori concedono la costituzione. I rappresentanti degli Stati tedeschi si riuniscono per la prima volta in una Dieta a Francoforte. Papa Pio IX apre alle riforme e illude i liberali prima dell’avvento dell’effimera Repubblica Romana di Mazzini e del ritorno indispettito all’oscurantismo.
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