Una tra le interpretazioni più distorte della drammatica vicenda di Eluana Englaro è quella che la riduce ad uno scontro tra “cattolici” e “laici”. Gli uni propugnatori di una “dittatura” della nuda e bruta vita, da difendere ad ogni costo e quasi disumanamente a dispetto di ogni caso particolare, gli altri impegnati a salvaguardare la “qualità” e “dignità” dell’esistenza.
Io ritengo, viceversa, che il conflitto acceso da questo triste caso personale sia piuttosto quello tra una cultura costituzionale liberale, e un altra di derivazione “giacobina”, positivistica, tendenzialmente autoritaria.
Le sentenze della Corte di Cassazione e della Corte d’Appello di Milano – sulle quali si fonda la “procedura” avviata per condurre alla morte la Englaro – affermano che in taluni casi estremi di disabilità sul diritto alla vita “biologica” dell’individuo possa prevalere un’idea personale della “dignità” della vita stessa, in base alla quale è da considerare legittimo anche un intervento attivo – come l’interruzione della nutrizione – diretto a portarne a termine l’esistenza, anche a partire da una ricostruzione a posteriori e indiretta della sua volontà.
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