Il giornale quotidiano? La dose minima di odio necessaria per sentirsi onesti
Hegel diceva che il giornale è la preghiera del laico. Sovente questo è vero, perché leggendo quei fogli intrisi di inchiostro, lo sguardo non si eleva a Dio, e neppure si estende alla propria vita, a un esame della propria coscienza, ma spesso esce fuori da sé, per osservare il mondo, giudicarlo, e forse, non di rado, per buttarsi sin dalla prima mattina nel caos degli eventi, dei fatti, delle circostanze, che non durano e poco importano, ma certamente intrattengono, distraggono, allontanano la noia… Io che non penso che il quotidiano abbia reso il mondo “migliore”, non credo neppure nel mito della libertà di stampa, sorto all’alba della Rivoluzione francese, e codificato con la “Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino”.
“Libertà di stampa” oggi è un mantra, un dogma intoccabile, uno dei tanti elementi della religione secolarizzata. Ma la verità è ancora quella delle origini: la carta stampata è espressione di un gruppo, di una lobby, di un potere, più o meno buono, più o meno ideologico, più o meno cinico. E’ per lo più sinonimo, quindi, di parzialità. Ricordiamo gli anni della rivoluzione francese:
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