Riprendendo un’idea elaborata dalla Fondazione Magna Carta, Maurizio Sacconi propone la cittadinanza a punti, Pierferdinando Casini la accoglie con favore, Francesco Rutelli ne condivide i criteri qualitativi e dalla Lega Manuela Dal Lago la definisce interessante. Quello che si va delineando è un fronte ampio e trasversale su uno dei temi caldi del dibattito politico, specie nel Pdl dopo le mosse dei finiani che su cittadinanza e voto agli immigrati hanno firmato due proposte di legge insieme ad esponenti dell’opposizione suscitando critiche e prese di distanza della maggioranza del partito. Compresi molti degli ex An, come dimostra l'analisi di Altero Matteoli per il quale “le questioni culturali e politiche” sollevate da Fini (cita il biotestamento e l’immigrazione) “non appartengono alla storia di An”.
Il ministro del Welfare traccia la via: il punto di partenza, dice, sono i nostri valori, le nostre identità che devono essere rispettate per poi poter praticare l’incontro con culture diverse. La premessa è altrettanto chiara: integrazione e cittadinanza viaggiano su due binari paralleli; sovrapporli o mescolarli sarebbe un errore sostanziale e di prospettiva. Nel primo caso, Sacconi annuncia il “patto per l’integrazione” che ogni immigrato dovrà sottoscrivere con lo Stato italiano, fondato su crediti che diminuiranno di fronte a violazioni fino ad annullare lo stesso patto e quindi la premessa per restare in Italia.
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