Non si era molto lontani dalla realtà quando alla fine di luglio si scriveva, dopo una analisi dei cicli economici mondiali che si sono succeduti nella storia, di un probabile «shock stocastico» che avrebbe agito nell'ambito della geopolitica dell'energia per variare, ancora una volta, l'andamento dell'economia mondiale. Allora avevamo ipotizzato un inasprimento della questione mediorientale, che aveva per attori protagonisti Israele e Iran. Tale ipotesi resta ancora valida. Invece, nel mese di agosto, per la precisione il giorno 7, nel pieno svolgimento dei Giochi olimpici celebrati in Cina, Vladimir Putin si è spogliato delle vesti della festa e ha indossato l'uniforme militare per invadere la Georgia, l'unico paese del gruppo dei CIS (Commonwealth of Independent States) che possiede, ma è più corretto dire possedeva, l'oleodotto Baku-Tblisi-Ceyhan che trasporta per 1.768 chilometri il petrolio dal mar Caspio al Mediterraneo, senza passare per il territorio e, quindi, per il controllo della grande madre Russia.
Secondo opinionisti ben informati, il piano russo di invasione della Georgia era stato congegnato da almeno quattro anni e la colpevole azione di forza del presidente georgiano per riacquisire potere e influenza nelle regioni filorusse e secessioniste, Abkhazia e Ossezia del Sud, è stata un comodo pretesto per giustificare la successiva invasione di Putin della Georgia. Le vie diplomatiche Ue-Mosca hanno condotto in questi giorni ad alcuni labili accordi, dopo un mese caldo e colmo di tensioni accresciute soprattutto dal riconoscimento da parte di Mosca dell'indipendenza delle due regioni georgiane dal governo della Georgia. Mosca ha affermato, in occasione del vertice straordinario di Bruxelles di ieri l'altro sulla crisi georgiana, che non intenderà tenere per un tempo indefinito le sue forze nelle due regioni georgiane e che permetterà ai caschi blu dell'Onu di intervenire.
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