Un grandissimo scrittore cattolico francese, Georges Bernanos, più volte fece osservare l'esistenza di una stretta correlazione tra gli imbecilli e gli intellettuali: «L'intellettuale», scrisse, per esempio, in La France contre le robots, «è così spesso un imbecille, che dovremmo sempre considerarlo tale, fino a quando non ci abbia provato il contrario». L'«intellettuale imbecille» di Bemanos non è, naturalmente, l'artista o lo scrittore la cui vera vocazione è creare. È invece colui che considera l'intelligenza una professione e che si autodefinisce intellettuale per le conoscenze e i diplomi che possiede.
Il collegamento fra l'intellettuale e l'imbecille - dimostrò ancora Bernanos in Les enfants humiliés discende dal fatto che l'universo dell'imbecille è «logico» e perciò, a ben guardare, l'imbecille è sempre «ragionatore»: e il suo ragionamento «è uno dei più coriacei che vi siano». L'intellettuale imbecille, che non capisce nulla ma sa tutto, si trasforma di fatto in una macchina terribile capace di «imbottire il cervello» e «liquefare l'intelligenza».
Di «imbecilli intellettuali» o di «intellettuali imbecilli» che dir si voglia se ne sono visti tanti, tantissimi nel Novecento. Ed è comprensibile perché, in fondo, il concetto stesso dell'intellettuale come dell'artista o del pensatore impegnato è un concetto tipicamente contemporaneo, forgiato nelle grandi prove storiche del secolo passato e, potremmo pure aggiungere, alimentato dalle ideologie.
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