Nello scenario globale segnato dalla crisi economica e dall'ancora incerta ridefinizione degli equilibri internazionali spicca un elemento che sembra esser destinato a divenire una costante di qualsiasi equazione geopolitica ed economica futura: la Repubblica Popolare Cinese. Il gigante asiatico, lo stato più popoloso del mondo e l'unica grande potenza globale ad essere ancora guidata da un Partito Comunista a vent'anni dal crollo del Muro di Berlino, come tutti gli altri paesi ha certamente sofferto della crisi economica, venendo in particolar modo colpito il suo export, ma di fatto sembra essere in una posizione di forza rispetto agli altri attori della globalizzazione, come gli Stati Uniti, l'India, la Russia o l'Europa. La Cina comunista e neo-capitalista, nonostante la temporanea battuta d'arresto delle esportazioni e le mai sopite tensioni sociali ed etniche interne (è di questi giorni la notizia delle condanne a morte degli attivisti uighuri per i disordini nel Sinkiang turcofono), si trova nella fortunata posizione di essere di fatto considerata come un partner indispensabile per le strategie di fuoriuscita dalla crisi dei principali attori politico-economici mondiali.
Negli ultimi mesi russi, giapponesi e americani, tanto per citare i paesi più importanti, hanno fatto letteralmente a gara per ingraziarsi Pekino nella speranza che le immense potenzialità del mercato
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