La banda in alto, nel tricolore indiano, è di color zafferano. Antico simbolo di ricchezza, tuttora caratteristico nelle tuniche dei sacerdoti dell’induismo: la religione che con 828 milioni di fedeli rappresenta l’80,4% della popolazione indiana. In basso c’è il verde: il colore delle oasi, augurale alle popolazioni del deserto in cui nacque l’Islam, fede di altri 147 milioni di indiani, il 13,4%. Il bianco, in mezzo, è l’emblema di purezza prescelto dal guru Nanak per quella fede sikh da lui fondata nel XVI secolo come “via di mezzo” tra induismo e islamismo, in pratica un monoteismo con reincarnazione: 19,2 milioni di fedeli, l’1,9%. Sul bianco, non manca l’antica icona buddhista che rappresenta come una metaforica ruota il ciclo di morti e rinascite da cui liberarsi con l’illuminazione: omaggio a un’altra grande fede mondiale che è nata in India, anche se poi vi si era estinta. Riportatavi nel XX secolo da un movimento di protesta contro il sistema delle caste, il buddhismo è tornato ad avere oggi in India 17 milioni di fedeli, l’1,5% della popolazione.
Insomma, una bandiera ecumenica, auspicio di unità nazionale tra le varie componenti spirituali del popolo indiano. Ma in cui nessuno spazio è stato lasciato a rappresentare i cristiani: che pure, con 24 milioni di fedeli, sono il 2,3% degli indiani. La terza religione per consistenza, dopo induismo e islamismo: su 28 Stati che formano la federazione ve ne sono ben tre a maggioranza cristiana, contro due a maggioranza islamica, uno a maggioranza sikh, uno a maggioranza buddhista e 21 a maggioranza indù.
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