Quando si affronta la questione delle radici culturali dell'Italia, il rischio è di ripetere concetti sui quali generalmente si registra un consenso quasi unanime oppure un radicale dissenso. In entrambi i casi, il dibattito sfocia nell'inconcludenza e nell'attuale sterilità della cultura.
Provo ad avanzare la seguente tesi. Se la nostra cultura - come io credo - è un principio di identità, se la nostra cultura è generatrice di significati universali, se la nostra cultura è tuttora un giacimento, uno scrigno di senso e di modelli per il futuro, perché allora essa appare sterile di dinamismo, di risultati, di creazioni, di nuove testimonianze? Soprattutto, perché la nostra cultura appare incapace di indirizzare gli sforzi della comunità nazionale verso traguardi di unità, di sviluppo, di più elevata democrazia? Anzi, perché generalmente proprio la cultura e gli intellettuali sono diventati principio di divisione, di contraddizione? Al punto che, sia quando parliamo del Risorgimento che quando ci riferiamo al fascismo, o a periodi della nostra storia più recente, abbiamo una memoria divisa del nostro passato? Con il rischio di trasferire, anche in occasione del centocinquantesimo anniversario dell'unità d'Italia, sul piano storico la rissa che contraddistingue il nostro presente politico.
Quali sono le ragioni di tutto questo? Anche qui sottopongo le seguenti riflessioni
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