Gli scontri all’interno delle coalizioni, da ultimo quello fra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini, e l’ennesimo rinvio alla Corte Costituzionale della legge sul legittimo impedimento, rimettendo in discussione lo scudo che difende il capo del governo dalle sentenze giudiziarie, hanno una cosa in comune: l’incapacità di andare avanti. La fabbrica dei Bruto non chiude mai, la ricerca del busillis con cui portare a condanna il governante è sempre attiva, ma Cesare non cade, né trafitto né sconfitto. Noi tutti, però, viviamo un tempo immobile, nel quale si ripete sempre la stessa scena.
La nostra giustizia resta la peggiore del mondo civile, con l’aggravante di raggiungere il massimo d’incapacità e inefficienza proprio nelle zone del Sud dove la delinquenza organizzata contende allo Stato la sovranità. Ma, nel tempo immobile, questo è divenuto un tema ricorrente, di cui si discute senza avere l’ambizione di risolverlo. Oppure si divaga, intrattenendoci sul ruolo della pubblicistica e della filmografia, immaginando di avere da una parte i coraggiosi oppositori del crimine e, dall’altra, i custodi del buon nome nazionale. Ma se si fanno proposte concrete e immediate, miranti a tirarci fuori dal pantano, si trovano oppositori fra gli uni e fra gli altri. In fondo, la conservazione del mondo attuale coincide con la conservazione del loro ruolo e posto. C’è da capirli, sebbene non da apprezzarli.
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