L'articolo di Gianteo Bordero sulla sciagurata sentenza della Corte europea dei diritti umani contro il crocifisso nelle aule è illuminante su un «dettaglio» che non è proprio uguale a zero: il cristianesimo non è né una religione, né una dottrina, ma un fatto. A un certo punto della storia, un uomo si è detto Dio. E questo fatto ha cambiato le sorti del mondo. Punto. Ora, che questo nodo non sia mai stato sciolto fino in fondo dai laicisti totalitari è anche questo un fatto. In questo caso, si tratta di uno di quei fatti che ha cambiato e continua a cambiare la storia, ma in peggio. A parer nostro, almeno. Allarghiamo l'orizzonte: non solo a parere di noi credenti, ma anche secondo laiconi di razza, il che dovrebbe far riflettere i nuovi giacobini.
Sia come sia, vale la pena approfondire un punto, che il cristianesimo come fatto rilancia. Se esiste un fatto in gioco, vuol dire che si tratta di una realtà generativa, in grado di suscitare la tradizione di un popolo e di attrarre, almeno sul piano intellettuale, anche chi non aderisca più o non abbia mai aderito a siffatta tradizione. Questa si chiama universalità, ovvero «cattolicità». Dunque, questa fede ha valenza universale ed ha costruito un paio di millenni di civiltà niente male, tutto sommato.
Bene, allora perché mai un simbolo come il crocifisso - e simbolo vuol dire «ciò che tiene insieme» - deve essere sottratto all'attenzione non tanto di chi crede, ma anche di chi o non crede o ha genitori che non credono?
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