L’essere umano è finito, delimitato da una scadenza che è possibile rinviare anche di molto, ma che rimane certa e inevitabile: si è soliti dire che sia l’unica certezza che possediamo. Forse è per questo motivo che hanno presso di noi tanta fortuna le prefigurazioni, le predizioni, le attese di una fine più ampia: la fine del mondo, la fine della della storia, la fine dei tempi.
Ian McEwan, scrittore britannico che amiamo soprattutto per le sue prime prove e che ha prodotto quel gioiello che è "Bambini nel tempo", in questo breve saggio riflette su un tema che in quanto autore di storie lo tocca molto da vicino: la fine delle storie. Ogni storia infatti ha una fine, oltre che un inizio. Così come l’inizio è difficile (ed è spesso proprio quello ad attrarre il lettore), così ogni storia si deve concludere, deve avere una fine adeguata al suo svolgimento: e la fine non è meno ardua dell’avvio. McEwan lega l’attrazione che sull’essere umano esercita la fine proprio con il fatto che egli è mortale: sapere che un organismo che sembra non dover avere un termine – come la Terra – non vivrà in modo indefinito ma anzi conoscerà una fine (lenta oppure veloce, preannunciata da mille segni oppure improvvisa) fa risuonare in lui una nota che conosce bene, che teme ma alla quale è assuefatto anche se non vuole portarla a consapevolezza.
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