L'Iran, per la prima volta dal 1979, può uscire profondamente trasformato dall'attuale crisi. La discesa in campo di un milione di persone nella capitale contro l'esito delle elezioni è un fatto inedito. La rivolta studentesca del 1999 contro le mancate riforme dell'ex presidente Khatami non era neppure lontanamente paragonabile al conflitto che in questi giorni si sta scatenando nella Repubblica islamica. Dieci anni fa, infatti, la ribellione degli studenti era fronteggiata da un regime compatto al suo interno e per questo destinata al fallimento. Oggi la frattura è all'interno del regime stesso.
Per comprendere appieno la portata degli eventi è meglio andare per gradi, a partire dalla selezione dei candidati per quest'ultima elezione presidenziale. Secondo la Costituzione iraniana, gli elettori hanno ben poca scelta. Di fatto è il Consiglio dei Guardiani (organo non elettivo) a decidere i possibili vincitori. L'articolo 115 della Costituzione fissa i paletti per le candidature: «Una persona politica e religiosa dotata delle seguenti qualifiche: origine iraniana, nazionalità iraniana, capacità amministrativa, una carriera di prestigio, affidabilità e compassione, fedeltà ai principi fondamentali della Repubblica islamica, osservanza della religione ufficiale del paese (musulmana sciita, ndr)».
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