È difficile che l’ipotesi di un’ingloriosa conclusione della parabola di Alitalia possa materializzarsi davvero. Nonostante il rigetto dell’offerta di Air France e, nei giorni scorsi, la rottura delle trattative tra la Cai di Roberto Colaninno e i sindacati dei piloti, molti continuano a ritenere che alla fine (magari in extremis) ad un’intesa si arriverà comunque. Silvio Berlusconi si è troppo esposto per poter accettare una completa chiusura di quella che fu la compagnia di bandiera: specie dopo aver profuso tanta inutile retorica sulla necessità di avere un vettore “tutto italiano”.
In realtà, chi ha a cuore l’interesse di consumatori e contribuenti deve in cuor suo tifare per la fine di ogni trattativa. Seppellire una volta per tutte la compagnia di bandiera porterebbe molto più benefici che svantaggi e aprirebbe ad una situazione di straordinario interesse.
In primo luogo, è bene che in Italia si affermi l’idea che un’azienda malgestita come Alitalia alla fine chiuda, e che almeno alcuni tra quanti hanno contribuito al disastro siano chiamati a pagare un prezzo. L’azienda avrebbe dovuto portare i libri in tribunale molti anni fa, ma insomma – come si suol dire – è sempre meglio tardi che mai. Non esiste mercato se vi sono soggetti che non falliscono qualunque cosa facciano e in qualunque modo lavorino. Il fallimento di Alitalia sarebbe un segnale importante, ad esempio, per le varie “Alitalia” prossime venture: a partire dalle Ferrovie dello Stato.
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